Fiori per zia Sabina
(Flores para la tía Sabina)
di Manuel Guillermo Ortega
(Guillermo Tedio)
Traducción:
Mario de Bartolomeis
(Bologna, Italia)
Ciò che in famiglia e nel rione nessuno si spiegava era perché zia Sabina non si decidesse a dire di si ad uno dei due pretendenti i quali, rispettivamente il martedì ed il venerdì, le mandavano tutte le settimane un mazzo di crisantemi rossi ed un fascio di dalie gialle. Si trattava d'un rituale cui c'eravamo abituati nonostante che la demente testardaggine della zia a proseguire in quella solitudine fuori luogo c'irritasse. Zio Licinio, con la franchezza che gli era abituale, diceva che lei non poteva più permettersi il lusso d'aspirare a un principe visto che stava dando fuoco alle sue ultime cartucce e, enfatizzando la grossolana rima, aggiungeva: "Meglio in bocca ad uomo vada, non che a vermi in pasto cada". Due anni ancora e sarebbe per sempre sprofondata in quello che aveva fatto tutta la vita, tra immagini votive, messe cantate in coro e rosari a non finire giacché, dopo aver ricevuto il mazzolino dal sorridente fattorino, con il suo vestito bianco ed il fazzoletto da anima in pena usciva e si dedicava, in chiesa, allo sterile compito di vestire santi che dalle loro nicchie la guardavano indolenti con i loro occhi di gesso o di legno.
I tre fratelli —due uomini e mia madre—, nella stessa strada ombreggiata da querce della casa paterna, misero man mano su famiglia, ognuno per proprio conto, dando al mondo dei figli fintantoché la zia non restò sola in quella villa ampia ed antica, dal patio reso verde dai vasi di felce, sempre avvolto dal forte odore di basilico e di ruta. Lei accrebbe allora le pratiche religiose e, col suo vestito di seta immacolata, prese a dedicarsi senza stancarsene a novenari e campagne devozionali. Già quando viveva assieme ai suoi fratelli era oggetto di critiche per il suo attaccamento al diuturno rito delle benedizioni e segni di croce all'ora d'andare a tavola, per le orazioni a viso compunto e per il quotidiano amore con concime e forbici per le begonie ed i cactus. E di nuovo zio Licinio attaccava: "Anche per far pipì si fa il segno". Quando sapemmo perciò che riceveva un mazzo di fiori due volte la settimana, ci facemmo la felice illusione che la zitellona avrebbe finalmente mutato per le confidenze, il piacere dell'amore e le dispute della vita in comune la sua abitudinaria esistenza di aneliti legati a un corpo senza carezze. Fratelli e nipoti ci presentammo in massa e demmo luogo ad un rinfresco con vino, felicitazioni ed eccessivi abbracci che lei sostenne con una viso dallo sguardo scettico. "Il nostro augurio è che ti decida presto", le disse zio Manuel Salvador, "devi cogliere questa occasione". Lei sorrise appena e rispose con uno "staremo a vedere" che ci raffreddò di colpo l'allegria del brindisi.
Tre mesi dopo, effettuate dallo stesso sorridente ma ermetico fattorino, le consegne di crisantemi e dalie continuavano a susseguirsi e la famiglia, dal momento che la zia non si decideva a scegliere, cominciò a perdere la speranza nelle nozze e nel valzer. La sola cosa che in realtà faceva, e lì stava l’assenza di possibilità da parte nostra, era aprire la porta e, senza pronunciare l'affermativa frase che avrebbe fisicamente materializzato uno dei due pretendenti, sistemare con dell'acqua i fiori in un vaso di murano. Nessuno, cosicché, conosceva i fedeli innamorati della zia Sabina. Il rione imboccò pertanto l'inveterata via delle congetture. Si diceva, ad esempio, che chi ordinava i crisantemi doveva essere uno di quei giovani focosi che s'innamorano di donne quarantenni, e nulla era più certo dato che il rosso era il colore del fuoco appassionato. E, nel caso delle dalie, gli immaginosi vicini supponevano che si trattasse d'un uomo già sperimentato dalla vita, forse scapolo. Solo così si spiegava il colore giallo, simbolo di maturità.
Indubbiamente, occorreva attendere. Lei, ad ogni modo, non aveva detto di si ma nemmeno di no, ed il fatto che tanto amorosamente sistemasse i mazzi di fiori nel vaso della sala lasciava aperta una finestra da cui poteva infiltrarsi la dolce pioggia della felicità coniugale. E capitava che tanto agli amici del rione quanto a noialtri dolesse vedere che quella donna si avviava così pericolosamente incontro alla solitudine, ci irritava quella unitile attesa che lei solo si ostinava a prolungare fino ad un dolore che percepivamo in come atteggiava le sue labbra silenziose. Ci chiedevamo, senza trovare risposta, perché zia Sabina non si decidesse una volta per tutte a dire si ad uno qualunque degli interessati. Erano in molti ad essere esasperati dalla sua figura ancora agile nonostante un che di goffo, infilata nel vestito bianco dal collo chiuso e dalle maniche sino al polso, il viso soffuso da una certa bellezza ormai prossima alla decadenza.
Un giorno i crisantemi e le dalie cessarono, non arrivarono più, e mesi dopo la zia morì o si lasciò morire. Ricordo che cercando il sapore amaro di acque proibite chiesi un giorno a mia mamma cosa ne fosse stato dei pretendenti della zia. Eravamo soli e lei scoppiò a piangere. "Povera sorella mia", disse, e tra i singhiozzi che le scuotevano il petto, come se un raggio di luce dolorosamente squarciasse le tenebre delle mie domande, arrivai a capire che zia Sabina, nell'intento di alleviare la sua solitudine con l'illusione che qualcuno la corteggiasse, si mandava lei stessa i mazzi di fiori.
Traduzione di Mario De Bartolomeis.
La presente traduzione italiana del racconto di Manuel Guillermo Ortega (Guillermo Tedio) è anche stata pubblicata sulla rivista a stampa Osservatorio Letterario (Anno X, N° 51-52, pagg. 7-8). L’indirizzo internet della rivista in questione è il seguente: http://www.osservatorioletterario.net
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