Il rischio
( El riesgo)
Manuel Guillermo Ortega
(Guillermo Tedio)
Universidad del Atlántico
Barranquilla – Colombia
Traduzione © di Mario De Bartolomeis
Tomado de OSSERVATORIO LETTERARIO ANNO X. NN. 49/50 MARZ.-APR./MAGG.-GIU. 2006
La donna dormiva nella prima camera, non dormiva a dire il vero, vegliava la sua solitudine, turbata da pensieri d’impossibile realizzazione. Irrequieta, si rigirava a pelle nuda sul letto matrimoniale che, nelle mattine d’inverno, si faceva freddo e si dilatava detestabilmente. Il marito non si accompagnava a lei per la notte. Gli orari notturni di lavoro in un’azienda distante gli impedivano sempre carezze e confidenze. Rare volte s’erano visti di notte, forse soltanto qualche domenica in cui in ogni caso nulla accadeva poiché arrivava ubriaco o stanco e piombava in un sonno profondo.
Per parte sua il ragazzo nei fine settimana, al termine della giornata di lezioni nella scuola per interni, veniva a casa e dormiva nella seconda stanza, avvolto nell’adolescente ripiegamento delle sue febbri senza quiete. Egli andava a letto presto e, senza riuscirvi, si dedicava al difficile esercizio di tenere la mente sgombra da pensieri giacché il sentore della donna che si spogliava ed indossava la biancheria per dormire lo riportavano al periglioso ed ad un tempo piacevole baratro dell’agguato notturno.
Le sere di sabato lei si sedeva nella sala, con ai piedi il gatto sonnacchioso, e si dedicava al ricamo di labirintici segni su fazzoletti di seta che non vendeva né regalava, ma che solo andava inutilmente conservando in un vecchio baule di mogano ove le tarme le perforavano in barba alle palline di naftalina sparse sul fondo con vecchie lettere d’amore e fotografie in bianco e nero. La notte la sorprendeva così, fra sospiri ed arabeschi d’uncinetto, mentre intensificava l’astrazione nel lieve oscillare della sedia a dondolo in vimini. Il gatto a volte si stiracchiava e giocava un po’ con i gomitoli del filo. Lei sospendeva il lavoro, prendeva il felino sulle sue gambe e l’accarezzava sulla groppa la quale perdeva la sua rilassatezza per tendersi in un arco vibratorio, fin quando i vicini dirimpetto cominciavano a tendere alle finestre i loro avidi volti cercando motivo ai rumori. Lei allora assicurava a chiave la porta che dava in strada, entrava in camera sua ad indossare la lunga vestaglia di mussola che lasciava trasparire le sue forme nude, si dava sul collo una piccola goccia di profumo di passiflora, spegneva le lampade sparse per casa lasciando solo la luce azzurrognola del comodino e si metteva a letto, col viso attraversato da un’ardente ossessione.
Tra la stanza della donna e quella del ragazzo c’era una porta appena coperta da una leggera tenda di tulle che il vento della strada, che filtrava attraverso le trame dei ricami a sfilatura, muoveva nella penombra dolcemente. Spinta dall’insonnia e dal disamore, la donna, a notte già avanzata, lo chiamava con una voce incalzante. Come lui s’avvedeva però del sussurro, coprendosi le orecchie con le mani, simulando un respiro da sonno profondo, si raggomitolava nel letto ancora di più. Lei insisteva nel richiamo ma lui continuava a stare zitto, immobile, quasi come un bambino paralizzato davanti ai magnetici occhi di un serpente.
L’assenza di risposta la induceva a cambiare modo di procedere. S’alzava nella penombra a tentoni camminando come una sonnambula fino a raggiungere la porta e scostare il velo della tenda. Il ragazzo ne spiava l’approssimarsi mentre un tremito gli percorreva i muscoli, bagnandolo di sudore, e le articolazioni gli si contraevano in uno spasmo doloroso. La donna arrivava sino al limitare della camera. Faceva una pausa che pareva lei si compiacesse a prolungare, un istante quasi interminabile in cui egli, urlando nell’intimo, chiedeva che il pavimento si aprisse ad inghiottirlo. Era allora che egli si domandava perché mai non avesse il coraggio sufficiente a restare in convitto, o a casa di qualche amico, e dare un deciso taglio al tirannico rischio della lunga notte del sabato. Sempre, nell’ora cruciale, si riprometteva di non tornare, ma uno strano ed ambiguo senso di colpa ed una sensazione a lui incomprensibile lo inducevano al ritorno. Alla fine la tregua si rompeva: la voce della matrigna gli giungeva appena percettibile esortandolo affinché si alzasse a vedere per uno strano rumore che aveva udito proveniente dalla cucina.
La luce che attraversava le trame dei ricami a sfilatura e la fosforescenza della lampada riuscivano a filtrare attraverso la tenda, cosicché egli poteva vedere l’ombra biancastra della donna ferma sull’orlo del panico che lo paralizzava, delineandosi precise nella trasparenza della vestaglia le curve del corpo, le scure macchie dei capezzoli e più giù l’ombra magnetica del ventre. Scappatoia non v’era. Dava perciò a vedere di uscire da un sonno profondo e si metteva seduto sulla sponda del letto, davanti all’ostacolo. Lei ripeteva la sua preoccupazione per il rumore che aveva sentito, ed egli più non aveva allora altra possibilità che darle retta, dolendosi tra sé e sé di non avere la necessaria forza di dirle in faccia le sue vere intenzioni. Pazientemente si alzava in piedi, avanzava sino alla parete opposta seguito dall’insidiosa silhouette e accendeva la lampada del soffitto. La donna, colpita alle retine dalla luce, batteva le palpebre. Egli girava per angoli e vecchie zone poco accessibili della casa in cerca dell’origine al rumore, fino a quando appariva un topo che correva spaventato. Egli additava l’ombra fugace del roditore mentre faceva un commento sulla pigrizia di Osiride. “Vada a dormire, non c’è pericolo”, intendeva arrestare l’avanzata. Lei faceva con la mano un gesto d’intesa ma non rifaceva subito il cammino inverso, rimaneva dietro, bruciando il collo del ragazzo con un respiro scomposto, sfiorandogli la schiena con le punte indurite dei seni, provocandogli alla colonna vertebrale una paralisi che l’inchiodava al pavimento.
Lo liberava infine con un colpetto della mano sulla spalla, una carezza lieve che egli avvertiva carica di risentimento. Lei iniziava il ritorno alla sua stanza, con la testa inclinata, trascinando i piedi, mentre con lo sguardo lui le percorreva morosamente le linee dei fianchi e le gambe interminabili. Pervaso dal piacere del desiderio imbavagliato e, senza riuscire ad evitarlo, pensava al padre con odio. Non si giustificava tanto abbandono, era crudele quell’intervallo di tempo senza senso che andava macerando la pelle della donna.
La silhouette si perdeva dietro la tenda, nell’altra camera da letto. Egli spegneva l’interruttore della luce e tornava in camera sua, a vivere la tortura d’inquietanti idee che tolgono il sonno fino a quando udiva nitidamente i singhiozzi.
Egli allora pensava alla madre, alla sua morte prematura, al disinteresse del padre che anteponeva sempre la scusa del lavoro, che arrivava a casa sempre ubriaco e si metteva a dormire, poiché l’abbandono in cui lasciava la seconda moglie veniva da prima, da lontano, da quando egli era un bambino di pochi anni. Ricordò che sua madre era sola anche nella morte, solamente con lui, che non riusciva a comprendere le convulsioni di quel corpo le cui mani tentavano di affondare nel ventre per cercare di togliere il dolore —lo seppe dopo— del veleno che le invadeva il sangue.
Una calda notte d’ottobre il ragazzo vide che le luci della casa si spegnevano. I minuti cominciarono a trascorrere lenti. Non si udiva né la voce né l’avanzare dei piedi furtivi sul pavimento. Egli si rivoltava nel letto desiderando ardentemente che lei lo chiamasse con uno qualsiasi dei pretesti che inventava. Desiderò la voce, i passi, la silhouette, le ombre del ventre ed i capezzoli ma lei non compariva. La casa riposava in silenzio. Chiuse gli occhi con furia fino a spremere un paio di lacrime e si lasciò invadere dall’irrinunciabile verità. Dalla nebulosa della sua memoria gli cominciarono a tornare le immagini di quell’atroce notte che mai aveva osato riaffiorasse nei suoi ricordi. Di colpo scopriva perché non aveva trovato il coraggio per andarsene definitivamente via da casa. In collegio aspettava con ansia il fine settimana solo per vivere quel momento in cui la donna lo chiamava ed egli diventava sordo e lei giungeva nella penombra della stanza, nuda sotto il velo della vestaglia. Ora sapeva di tornare sempre dalla matrigna per vivere il recondito piacere colposo del bambino che una notte, nel terrore dell’incoscienza, contemplò il corpo aperto di sua madre che si dava piacere nella solitudine della penombra.
Ebbe paura. Con una manata della propria volontà, mentre aspettava l’irruzione della donna, cercò di cancellare la rivelazione che gli cadeva addosso come una membrana bavosa e pestilenziale. Vide se stesso, bambino d’otto anni, mentre una notte stava spiando la madre attraverso la tenda e la contemplava distesa sul letto priva di veli. Lei si accarezzava i seni e le cosce con movimenti ritmici accompagnati da sospiri. Egli tremava da capo a piedi, ipnotizzato dal corpo che si contorceva di piacere solitario. Senza sorpresa, senza rimprovero, lei guardò in direzione della tenda sapendo che lui era lì, e gli fece dei gesti maliziosi —ora così li considerava— perché si avvicinasse. Obbediente, uscì dal suo nascondiglio e si diresse verso il letto, con gli occhi fissi sul volto agonico e sulle mani che gli mostravano i capezzoli arrossati dalle proprie carezze perché egli li prendesse. Allora si fermò, le voltò le spalle e corse piangendo nella sua stanza e ancor più pianse quando la madre, verso l’alba, agonizzò mossa da rimorso fino a morire del veleno che aveva bevuto sino al fondo.
Un rumore nella stanza della matrigna lo riportò di nuovo al limitare insonne di metà notte. Udì l’insistente richiamo e, come sempre, si raggomitolò nel letto aspettando con gli occhi aperti rivolti verso il promettente chiarore della tenda. Non tardò ad intravedere la silhouette della donna che si faceva avanti fino a giungere al capezzale del suo letto e chiedergli con un supplichevole sussurro che si alzasse perché aveva udito uno strano rumore venuto dalla cucina. Stranamente, non provò il panico d’altre notti, ma una gioia aperta e senza rimorsi che lei fosse lì, con il palpitante corpo nudo sotto la trasparenza della vestaglia. Si alzò e si trovò di fronte a lei. Gli occhi di entrambi brillavano come tizzoni avvivati dal vento nella penombra. Egli sollevò le mani e le pose sulle spalle tremanti della donna. Tenne la camicia da notte per il colletto, sciolse il laccio che la fermava e la fece scivolare verso il basso, fino a lasciarla cadere sul pavimento, mentre sfiorava la serica peluria delle braccia, la vita ed i fianchi. Con energia, attrasse il corpo tremante che gli si abbandonava senza moine e sentì sulla sua pelle, ormai libero da colpe e timori, l’ardente contatto dei seni e, sulla bocca, l’aderire delle umide labbra.
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OSSERVATORIO LETTERARIO ANNO X. NN. 49/50 MARZ.-APR./MAGG.-GIU. 2006
Profilo d’Autore
* Mario De Bartolomeis nato nel 1943, ha studiato all'Università di Bologna lingue e letterature straniere e tra queste anche quella ungherese della quale ha nel contempo seguito per tre anni corsi estivi di perfezionamento all'Università «Kossuth Lajos» di Debrecen. È dirigente amministrativo di un’azienda commerciale, nel tempo libero dagli impegni di lavoro egli si dedica a studi storici, linguistici e letterari. Dall’estate del 2001 collabora alla nostra rivista Osservatorio Letterario Ferrara e l'Altrove (brevemente detta O.L.F.A.) con scritti e traduzioni di poeti e scrittori ungheresi, francesi, spagnoli. Sue traduzioni, grazie all’Edizione O.L.F.A., figurano anche sulle pagine del MEK, abbreviazione del sito elettronico della Biblioteca Nazionale Ungherese «Széchényi» di Budapest: Traduzioni-Fordítások I-II., Poesia-Prosa di Melinda Tamás-Tarr e Mario De Bartolomeis (Edizione O.L.F.A., Ferrara, 2002, pp. 64, 76), Saggi letterari e storici di Mario De Bartolomeis (Edizioni O.L.F.A., Ferrara, 2003, pp. 36).
Di seguito al mio forte incoraggiamento ed alla mia richiesta, del nostro corrispondente argentino, scrittore Fernando Sorrentino egli in questi anni di collaborazione ha tradotto in italiano, sempre per la nostra rivista ferrarese, alcuni brevi racconti e delle interessantissime notazioni linguistiche e letterarie pubblicate nella rubrica El trujamán contenuta all'interno del sito del Centro virtual del Instituto Cervantes.
Precisazioni: Per chiarire dei malintesi ed un’ingiusta, eventuale causa giuridica, si precisa che al nostro valido traduttore letterario molte persone erroneamente attribuiscono il titolo di ‘professore’ confondendolo con più professori universitari dallo stesso cognome. Questo equivoco è probabilmente dovuto a me, dato che —io essendo titolare di tale titolo— nelle mie corrispondenze ufficiali e nei miei scritti ovunque l’ho nominato ‘collega’ e così i Lettori dei suoi scritti l’hanno interpretato male e lo chiamano “professore”. Quindi, si sottolinea che né il collega De Bartolomeis —io considero tutti i miei collaboratori colleghi—, né io abbiamo pronunciato il titolo ‘professore’ davanti al suo cognome.
Melinda Tamás-Tarr
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© Mario de Bartolomeis
LA CASA DE ASTERIÓN
ISSN: 0124 - 9282
Revista Trimestral de Estudios Literarios
Volumen IX – Número 35
Octubre-Noviembre-Diciembre de 2008
SUPLEMENTO LITERARIO CARIBANÍA
ISSN: 0124 - 9290
PROGRAMA DE HUMANIDADES Y LENGUA CASTELLANA
FACULTAD DE CIENCIAS HUMANAS - FACULTAD DE EDUCACIÓN
UNIVERSIDAD DEL ATLÁNTICO
Barranquilla - Colombia
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